Notizie

Sono tre studenti sardi i campioni nazionali di biliardo


Oggi, 06:00
meteo SO
10°C 7Km/h
Oggi, 12:00
meteo O
17°C 24Km/h
Oggi, 18:00
meteo O-NO
13°C 15Km/h
Domani, 00:00
meteo NO
9°C 9Km/h
Domani, 06:00
meteo N-NO
13°C 10Km/h
Domani, 12:00
meteo O-NO
20°C 21Km/h
Domani, 18:00
meteo NO
14°C 21Km/h
meteo S
14°C 13Km/h
meteo S-SO
12°C 10Km/h
meteo E
13°C 8Km/h
meteo E
13°C 8Km/h
meteo E-NE
13°C 6Km/h
meteo S
15°C 23Km/h
meteo S
14°C 7Km/h
meteo S
15°C 23Km/h


FotoGallery



Storia

MACOMER, terra cospicua della Sardegna, capoluogo dell’antica curatoria del Màrghine nel regno del Logudoro, ora compresa nella provincia di Alghero e nella prefettura di Cuglieri. È capoluogo di mandamento e comprende Bortigali, Birore e Borore.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 19', e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 21'.

Siede in sull’orlo d’un vasto piano basaltico che dicono Campeda, superiormente all’altro piano parimente basaltico che dicono Campidano del Marghine. In quel sito l’occhio spazia sopra un immenso orizzonte principalmente nella parte australe, nella cui parte estrema sono osservate anche le montagne di Guspini e quelle di Villacidro, mentre al-l’oriente si vedono disegnate nella parte più bassa del cielo le grandi montagne iliache (Gennargentu). Più presso a questo paese vedesi sottogiacente allo sguardo il pianoro o Campidano del Marghine, la valle del Tirso, e in tutte parti un gran numero di villaggi, e nella linea verso greco la catena cognominata del Marghine, e primo fra essi il monte Santu-Padre, il quale pare così appellato dal soggiorno che qualche romito di molta riputazione facesse nella cima del medesimo presso la distrutta cappella di s. Barnaba. Alla parte di tramontana sorge a non lontano confine della vista il monte Manai, il Montemurato, l’Ispiri e il Pizzulo.

Macomer è ben ventilato, e spesso dalla parte boreale, onde nell’inverno vi si sente molto freddo, vi dura molti giorni la neve, e si forma il ghiaccio, e accadono delle variazioni tali di temperatura, che cagionano agli incauti dolori laterali e altre gravi malattie. Non sono rare le tempeste, e le vigne hanno frequenti offese dalla grandine. L’insalubrità, di cui alcuni accusano l’aria, è dalla incostanza termometrica dipendente da’ venti ora caldi ora freddi. Egli è vero che da’ letamai, che si hanno in alcuni angoli del paese si esalano miasmi; ma questi non sono in tal copia che l’aria possa concepire un vizio dannoso all’economia animale, e il vento facilmente li dirada. Le febbri periodiche da alcuni acquistate provengono da’ luoghi più bassi.

L’estensione territoriale di Macomer è molto vasta, e forse sopravanza le quaranta miglia quadrate. Dominano le roccie basaltiche, e in alcune parti rendon la superficie montuosa. Campeda è una parte del gran terrazzo vulcanico che si continua nella Planargia, e nella montagna bonorvese che dicono il Caccao, d’onde ne’ tempi precedenti all’ultima catastrofe si stendeva anche più verso greco-tramontana. Le principali eminenze le abbiamo già indicate più sopra.

Dentro il paese sono più di trenta pozzi, de’ quali sei solamente danno acqua potabile. La fontana pubblica è fuori del paese a mezzo miglio di distanza. Molte poi sono le fonti che si trovano nel territorio di maggior bontà che non sia questa.

I rivi di Macomer sono due, il maggiore de’ quali è detto Berraghe, l’altro Castigadu, che traversa la grande strada sotto un ponte di legname. Il Castigadu scorre dal ponente all’austro del paese, e manca nell’estate, perchè alimentato da fonti poco considerevoli, le quali non danno che scarsamente dopo la primavera. Il Berraghe si ingrossa di questo. Quando è in sua pienezza non si guada, e bisogna traversarlo sopra un rustico ponte di travi posate sopra due fianchi a costruzione barbara, come dicono i sardi la composizione delle pietre a secco. Qualche volta, quando sono troppo copiose le pioggie, esce dal suo letto, cagiona gravi danni a’ seminati, e riempie le frequenti cavità, nelle quali ristagna l’acqua senza uscita. Questo rivo scorre da tramontana verso austro, e si versa nel letto del Mustazolu, confluente del Tirso. Il Barraghe e il Castigadu hanno ottime anguille, e in certi tempi si prendono a mano, svolgendo la corrente e vuotando i gorghi.

In questo territorio, come nelle altre regioni del Marghine formansi nei tempi piovosi molte paludette, ma non tali che possano viziar l’aria, massimamente perchè svaniscono o assorbite o svaporate, quando cessano le pioggie.

Una quarta parte del territorio è coperto di bosco, dove dominano le due specie, la quercia e l’elce.

Queste selve sono nelle più parti degradate per i tagli irregolari e per gl’incendii.

Le lepri, le volpi e i cinghiali sono sparsi in tutte le regioni, e i daini sono in numerose famiglie, mentre vedonsi spesso andar a torme per le pianure e per le terre chiuse, che dicono tanche, pur a non più d’un miglio dall’abitato.

I volatili sono in molte specie, e tra quei di rapina molto numerosi gli avoltoi, che nelle prossime alture volteggiano esplorando qualche preda; ondechè i pastori devono stare in guardia contro questi e contro le aquile. Vedonsi pure in gran numero gli sparvieri, i falconi, i falchetti, i gheppi, gli edimemmi, ecc., i corvi, le cornacchie e varii uccelli notturni. Le gru vi si mostrano, e nelle sunnotate paludette soggiornano molte anitre.

Popolazione. Nell’anno 1839 erano in Macomer famiglie 412 e anime 1650, distinte in maggiori d’anni 20 maschi 380, femmine 400, minori maschi 420, femmine 450.

Le medie che risultarono dal passato decennio erano per ciascun anno matrimonii 17, nascite 60, morti

43. L’ordinario corso della vita è a’ 60 anni; quelli che oltrepassano questo termine sono 6 per ogni cento.

Le malattie dominanti sono le infiammatorie e le periodiche cagionate dalle variazioni atmosferiche, per cui quei paesani si attengono all’antica profilattica di ben difendersi in tutte le stagioni, e vestir buone lane. Ponesi in gran pericolo chi sentendo caldissima l’aria si alleggerisca nelle vesti, un momento dopo soffia il vento maestrale, e invadendo il corpo sudante lo ammorba. Ho detto in altri luoghi che la mortalità ora molto maggiore in certi paesi ventilati non dipende da altro che dall’aver dimesse queste precauzioni, le quali avrebbero dovuto far inviolabili le consuetudini di tanti secoli, e sostenere l’esperienza d’una sanità sempre ferma nell’uso delle medesime. Molti che senton dire da chi non sa quel che si dica, che le loro pelliccie e i cojetti son vesti barbariche, se ne spogliano; ma non impunemente, e spesso con danno estremo.

I macomeresi sono uomini intelligenti, vivaci, coraggiosi, ma non molto compagnevoli. Si dice che non si dimostrino così ospitali come gli altri sardi; ma non si riflette che le locande stabilitevi ne hanno già tolta per molti la ragione, e non si badò che nelle case de’ principali hanno sempre ottima accoglienza le persone, alle quali sarebbe indecoroso e troppo molesto riposare in quelle osterie. La casa del commendator Pinna è un ospizio di tutta cortesia per quelli che vi si presentano, se pure non sieno prevenuti dalla gentilezza di quel signore.

Sono applicati all’agricoltura uomini 210, alla pastorizia 140, a’ mestieri 50: quindi si numerano preti 6, impiegati civili 9, avvocati 2, notai 4, medici 1, chirurghi 1, flebotomi 1, farmacisti 1, levatrici 0. Qui pure, come nel prossimo Escano, sarebbe vile l’ufficio delle ostetrici? Tra le suindicate famiglie 8 sono della classe nobile e composte di trenta individui, le possidenti 380, le povere 18.

In ogni casa vi è almeno un telajo, dove si lavora lini, lane, sajo, tele, coperte di letto.

Alla istruzione primaria concorrono non più di 25 fanciulli. Nelle ore che si vaca da questa passa il maestro a erudire altri 15 giovani nella grammatica latina e nelle belle lettere, facendo quest’altra opera per una retribuzione patteggiata coi rispettivi padri di famiglia.

Nessuna istituzione di pubblica beneficenza si può lodare. Quelli che avrebbero potuto e dovuto consecrare o tutte o alcune parti delle loro ricchezze al vantaggio degli altri hanno stimato piuttosto di impinguare i loro parenti.

Al mantenimento del buon ordine pubblico ed alla repressione de’ malviventi suol essere a stazione in Macomer un piccol drappello ora di cavalleria, or di fanteria, sotto il comando o d’un brigadiere, o d’un sergente o sottotenente.

Agricoltura. Il territorio di Macomer stimasi più atto all’orzo che al frumento. Si seminano starelli della prima specie 1000, della seconda 800, di granone 20, di fave, ceci, ed altri soliti legumi venti starelli singolarmente. Il frumento moltiplica all’8, l’orzo al 12, il granone al 60, i legumi al 6. Di lino se ne raccoglie circa 40 cantara.

L’orticoltura è ristretta in piccolo spazio; tutte le specie vengono felicemente.

La vite vegeta con molto lusso, massime ne’ siti bene esposti. I vini di colore e bianchi sono generosi e lusinghieri. La vendemmia forse produce 80000 quartare.

I fruttiferi sono in molte specie e varietà, ma in numero non molto considerevole. Ne’ luoghi riparati da’ venti impetuosi le piante maturano bene i loro prodotti, e non lasciano mai di generare. La coltivazione degli olivi va sempre più estendendosi, e presto si avrà in essi un ramo assai produttivo.

L’alloro e l’artemisia arborescente sono piante comunissime che fanno amenissimo il paese, principalmente nella parte australe e orientale.

Pastorizia. Il macomerese produce ottimi pascoli per ogni sorta di bestiame, e specialmente per la specie vaccina. L’abbondanza e la sostanziosità de’ medesimi è bene spesso nociva.

Bestiame manso. Nell’anno sunnotato aveansi buoi per servigi agrarii 500, vacche manalite 80, vitelli e vitelle 68, cavalli e cavalle 145, majali 115.

Bestiame rude. Vacche 2500, tori e vitelli 550, capre 3500, pecore 1500, porci 2600, cavalle e polledri

260. I porci si conducono talvolta a pascolo in altri territorii, dove i ghiandiferi abbiano fruttificato copiosamente.

Le vacche, le cavalle, le capre e le pecore succumbono sovente per pletora. Le carni de’ cadaveri rosseggiano più che in istato di perfetta sanità, perchè infiltrate di sangue, e coloro che non patiscon nausea a mangiare di questi animali morti, come dicono, di mala morte o di malattia, le sentono di un sapore delizioso! L’idrocefalo, come pare doversi dire l’altra comune malattia perniciosa, spegne le pecore e in maggior numero le vacche. Gli individui che ne sono affetti vacillano tratto tratto per vertigine, e quando sono morti trovansi avere dentro la massa cerebrale una vescichetta piena di linfa. I macomeresi non sanno rimedio, nè alla prima nè alla seconda, sebbene sia ovvio il pensare che si può felicemente occorrere a una malattia che si genera da nutrimenti molto succosi con far passare il branco in regioni meno pingui. La necessità de’ veterinarii è sempre provata da’ gravissimi detrimenti che patiscono i proprietarii del bestiame.

I formaggi sono di ottima qualità, e manipolati bene non si stimerebbero in nessun rispetto inferiori a quei di Sindia, i quali se fossero meglio conosciuti agli esteri accrescerebbero una nuova delizia al loro palato.

Tanca di Padrumannu. Nel terrazzo basaltico sopraindicato presso la regione Campeda è chiuso un gran territorio abbondantissimo di pascoli, dove si solea educare un’ottima razza di cavalli. La cultura non fu però esercitata con la dovuta diligenza che per poco tempo, e quindi venne sempre meno la generosità di quegli animali.

In questa regione e nella circostante sono tutte le migliori condizioni per lo stabilimento d’una gran colonia agraria, e spiace vederle infruttifere.

Commercio. Da quanto vendesi o al porto di Bosa o a’ negozianti degli altri dipartimenti, da’ prodotti agra-rii e pastorali, dal frutto dell’industria e dal commercio che si fa nel paese coi passeggieri, possono i macomeresi lucrare all’anno circa 120 mila lire nuove.

Strade. La grande strada da Cuglieri a Sassari passa in mezzo di queste terre; perchè vi è un continuo afflusso di forestieri, ed essi possono trasportare facilmente le loro derrate. Presso a Macomer incomincia la strada provinciale a Bosa, e quanto prima aprirassi la provinciale nuorese. Questa terra si fa di giorno in giorno più ricca, e non andrà molto che sia degna di riavere gli onori di città che si godeva ne’ secoli romani.

Religione. I macomeresi sono compresi nella diocesi d’Alghero, e diretti nello spirituale da un vicario con l’assistenza di altri tre sacerdoti.

La chiesa principale ha per titolare s. Pantaleone. È di antica struttura a tre navate, e non ha nessuna cosa che meriti attenzione.

Le chiese minori sono quattro, una nel paese denominata dalla santa Croce, le altre tre nella campagna; la prima delle quali a 5 minuti di distanza è dedicata alla Vergine d’Itria, la seconda a 20 minuti alla Vergine del Soccorso, la terza a s. Antonio in distanza di due ore sopra il monte selvoso, che n’è denominato.

La festa più solenne e di numeroso concorso è per il titolare. Si corre il palio, e sono proposti quattro premii in varie pezze di stoffa in seta. Il camposanto non si è ancora stabilito, e i cadaveri sono sepolti nel cemiterio che trovasi contiguo alla parrocchiale.

Antichità. Entro i fini di Macomer è un gran numero di costruzioni noraciche (nuraghes) sì che per avventura non è maggiore in altre regioni, e i più sono in poche parti distrutti.

Senza i coni, dove semplici, dove cinti da altre costruzioni consimili, sono altri monumenti della più remota antichità, che si riferiscono alla religione della natura, uno de’ quali di singolar maniera, che osservava il generale La-Marmora, e che ei credette un luogo di culto. Vedi nel secondo volume de’ suoi viaggi, dove ragiona delle più considerevoli antichità della Sardegna.

Ne’ tempi romani una delle grandi vie centrali traversava questo territorio e toccava Molaria, l’attuale Mulargia. Da quella sono state prese le colonne migliarie che furono composte nel vestibolo della parrocchiale a sostenervi una tettoja.

Ho accennato che Macomer era città in quei tempi, e tale noi la troviamo qualificata in Tolommeo nella nota delle città mediterranee sotto il nome di Macopsisa, che non si sa come poscia nel medio evo sia diventata Macomeli, Macumeli o Macomer.

Castello di Macomer. Non lungi dalla chiesa parrocchiale sopra una rupe basaltica grigia imminente al capo superiore della scala dal paese nel piano del Marghine vedonsi alcune parti dell’antico castello, che dall’essere stato ridotto a carcere dopo la soppressione del Giudicato e Marchesato di Arborea, è appellato Sa prejoni bezza (la prigione vecchia). Non si può riconoscere la sua pianta, perchè vi fu trasportata terra, e ora vi si fa cultura, e nè pure si sa nè quando nè da chi sia stato fabbricato, nè alcuno si rammenta quando si smantellò. Vi si trovano ancora molte e grandi palle di pietra.

Nella Storia del Logudoro troverai più volte nominato questo castello, che fu preso dal vicerè Carroz il giorno dopo che fu ne’ vicini campi annientata la potenza del Marchese d’Oristano. Vedi sotto gli anni 1422, 1424, 1478.